Le emozioni di un Campo

Non è facile spiegare i colori e le forme delle emozioni. In quanto immateriali hanno gradazioni, sfumature e consistenze tutte loro. I colori freddi non esistono, occorrerebbe creare un'unità di misura come i kilogrammi per pesarle, per rendersi poi conto che ogni cifra sarebbe insufficiente. Impossibile fare comparazioni, ogni volta le emozioni sono differenti. E hanno anche un forte elemento di sorpresa. Noi non sappiamo, non possiamo sapere prima quanto come e se ci emozioneremo.

Questo preambolo è doveroso per spiegare che della nuvola di brividi intorno a me per circa un mese, quando ho incontrato Alex e Aurelia, io mi sono accorta solo dopo che era volata via. Lasciandomi fortemente leggera.

Alex, uno dei protagonisti del mio film in lavorazione sul Campo profughi di Latina (c'è in questo sito la pagina dedicata) l'ho incontrato a Belgrado un mercoledì pomeriggio di Aprile. Ho suonato al citofono di una bella palazzina moderna dalle linee rette sui toni del grigio.

Lui prima si è affacciato dalla terrazza in alto e mi ha fatto un cenno. Poi ho visto arrivare l'ascensore dalla grande vetrata delle scale, lui uscire, venirmi incontro nel vialetto e aprirmi il cancelletto in metalllo.

Ci siamo abbracciati e mi ha dato tre baci, come si usa in Serbia. L'abbraccio non è stato breve, più lungo del previsto. Eppure non ci conoscevamo, era la prima volta.

Con lui, a differenza di molti altri, che avevo intervistato in skipe, ci eravamo sentiti solo via mail o telefonicamente. Eppure nelle nostre braccia che si avvolgevano c'erano i nostri mondi che si incontravano. Lui con la sua storia incredibile di ragazzo scappato a ventidue anni, in mezzo alle campagne, di notte, con i soldati che sparavano intorno, i mesi in un campo profughi a Latina e poi la nuova vita a New York, gli studi,il lavoro al Dipartimento di Stato Americano, il matrimonio, i figli...

Siamo stati quattro giorni insieme a girare: la prima sera a casa sua.

Un paio d'ore mentre ha spiegato, facendo scorrere le foto sul monitor, la sua camminata con moglie e figli fatta nel 2012, esattamente a trent'anni dalla sua fuga, ripercorrendo esattamente i luoghi che, ragazzo, lo avevano visto scappare.

Un racconto lungo, pieno di incisi, aneddoti, precisazioni.

Alex spiega molto bene i fatti e i pensieri. Il fonico ha chiesto ad un certo punto di fermarsi, teneva il boom sopra di noi e il braccio si era indolenzito.

Marco Pasquini, il cameraman e d.o.p., girava intorno a noi con la sua speciale capacità di afferrare al meglio le immagini, gli davo indicazioni veloci con gli occhi, per riprendre le espressioni dei figli che ascoltavano, gli sguardi della moglie, la mia incredulità.

La sera siamo rimasti a mangiare con loro. Sul basso tavolinetto della elegante sala, seduti sui divani, ci hanno portato cibarie e beveraggi.

E soprattutto la magnetica risata e i racconti di Alex, che non ce la faceva a smettere di ricordare, ci hanno nutrito.

Il secondo giorno abbiamo girato per Belgrado, cercando di afferare quella luce chiara che fluttua tra i palazzi dell'architettura sovietica, quelli di fine ottocento e quelli moderni.

Strade larghe, fontane, una bella tramvia che gira intorno alla città con il suo carico di varia umanità.

Jasko, il fonico con occhi vispi e il sorriso sempre pronto, ci ha portati ad un ristorante nella parte antica. Una sorpresa tutto. La dolcezza della gente, la dinamicità della città, il cibo.

Abbiamo conosciuto grazie a Alex, amante di cibo e ristoranti, cosa è un borek, una sorta di focaccia leggera arrotolata e con il formaggio dentro.

Il secondo giorno il racconto dell'esilio è continuato al tavolo di una trattoria e il terzo siamo andati oltre la frontiera serba, in Romania.

Siamo tornati a Timisoara, nella casa dove abitava Alex e dove ha trascorso l'ultima sera.

Strana la storia.

La Romania fino a ieri era considerata ai limiti di tutto: povertà, violazione diritti, dittatura feroce e adesso sta in Europa. La Jugoslavia, considerata paese non allineato, che vedeva dal dopoguerra corrispondenti di tutte le televisioni del mondo da Belgrado, paga oggi con l'isolamento soprattutto nella parte Serba il dramma della guerra e degli eccidi degli anni novanta.

L'ultimo giorno di ricordi con Alex è stato alla stazione dei treni, la stessa dove era arrivato in pullman quando era scappato dal confine rumeno e la stessa da dove aveva preso un treno verso l'Italia.

Tra la ex Jugoslavia e l'Italia infatti la frontiera era aperta. L'abbraccio con cui ci siamo lasciati Alex e io è stato di grande intensità. Di quegli abbracci che significano un legame perenne.

Aurelia invece l'ho incontrata un paio di settimane dopo. Ci eravamo conosciute via mail, poi vi skipe. Diciamo che la storia della sua fuga la sapevo alla perfezione, quando a vent'anni lasciò la Polonia, quindi Latina e poi il Canada.

Ci siamo incontrate a Firenze, città dove vivo.

C'era la notte bianca, era il 30 aprile, e siamo andate in giro per le vie del centro, parlando e seguendo concerti e performances vari.

Non doveva più raccontarmi i fatti, ma cosa c'era dietro e cosa era avvenuto in questi anni.

Cosa significa lasciare affetti, lasciare la propria vita, la propria lingua. E cosa si sente a stare altrove a vent'anni.

Senza o con pochissimi appigli.

Il giorno dopo ci siamo incontrate nuovamente, abbiamo fatto un lungo giro da piazzale Michelangelo a via di San Leonardo. Abbiamo riso e ci siamo commosse.

La sera è venuta a casa mia a cena, il giorno dopo è partita per Roma.

L'ho raggiunta dopo un paio di giorni. Era nella stessa casa dell'amico che trent'anni prima aveva conosciuto e l'aveva accolta in Italia.

Abbiamo rivisto insieme il materiale d'archivio su cui entrambe avevamo lavorato e abbiamo scelto gli aspetti più importanti da narrare.

Il giorno dopo, un martedì, abbiamo iniziato le riprese a Latina. Prima tappa, Archivio di Stato, cercando e leggendo ancora i tanti documenti, le foto, le lettere, i certificati.

Lei ha ritrovato la sua scheda ed è ripiombata in un passato faticoso da riafferrare.

Quasi non riconosceva quella ragazzina bionda, il cui volto era rimastro su una foto tessera.

Poi siamo tornate al campo, ha ripercorso quei corridoi, è rientrata nella stanza dove ha dormito mesi. Oggi c'è la biblioteca dell'Università. Io dovevo spiegare ai ragazzi che stavano leggendo all'interno che dovevamo girare una scena e il motivo e sono scoppiata a piangere.

Inaspettatamente, mentre raccontavo di questa ragazza tornata dopo 30 anni e che lì in quella stanza luminosa un tempo c'erano sei letti per dormire, mi sono salite le lacrime agli occhi.

L'ultimo giorno siamo andate al mare. E lì il vento ha mosso i capelli e le parole e le idee che si so0no affastellate per dare corpo ai ricordi, al senso dell'esistenza e al dolore.

#Campoprofughi #Alex #DipartimentodiStato #refugeecamp #Latina

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